giovedì, 19 novembre 2009

I nemici dei miei nemici

Per un attimo mi ero illusa che la collega Erinni Spinodigiuda, finalmente, avesse trovato pane per i suoi denti

Dallo scorso settembre, infatti, è teatralmente approdata al RITHD la sua nemesi ideale.

Della stessa generazione, cioè intorno alla sessantina, ma appena più giovane di quei tre o quattro anni che possono servire a sottolineare una piccata differenza con taglio da stiletto.

Insegna la stessa materia, essendosi presumibilmente abilitata, a suo tempo, con gli stessi concorsi, e avendo fatto i canonici anni di gavetta nella stessa provincia e nello stesso periodo. Non è da escludere, dunque, che in passato si fossero lungamente incrociate in altre scuole, annusandosi, evitandosi e bacchettandosi, girandosi attorno reciprocamente in passi di coppia graziosi e crudeli, come le due eliche del DNA.

Come siano fatte quelle eliche, peraltro, è piuttosto improbabile che lo sappiano, visto che appartengono entrambe a quella categoria di pretenziosi umanisti di terza fila, seriamente convinti che soltanto le strofe risorgimentali e le citazioni classiche siano vera cultura, e che le scienze sperimentali, invece, siano robaccia da impresentabile parvenu.

Nonostante questa incrollabile convinzione (e, probabili complici, una noncurante scarsità di punteggio rispetto all'età e un accesso tardivo ai ruoli definitivi) , la sorte le ha volute entrambe a tirare stoccate di poesia in un istituto tecnico, magggico sì ma sempre istituto tecnico, di quelli in cui ci si fanno pochi scrupoli a sporcarsi le mani con soddisfazione. Ogni tanto, a chi affina i sensi naturali e soprannaturali, può capitare di imbattersi in qualcuno dei loro monologhi sincopati con lamentazione latina, che prendono vita autonoma e si aggirano raminghi per i corridoi, ignorati dai più.

La nuova collega, chiamiamola Lamia Ortica, è scura quanto l'altra è bionda, è accuratamente impastellata di fondotinta bronzeo e di eyeliner nero tanto quanto l'altra si compiace di ostentare toni chiari, ha la fronte cupa sfuggente sotto a una ciocca corvina tanto quanto l'altra ci tiene a mostrarla invece libera e pallida, trionfante fuori dallo chignon cotonato. Ai tailleur dorati e alle camicette strizze della rivale,  alle sue borsette occhieggianti  tirate a lucido e scarpe assassine, questa contrappone torve mantelle di velluto nero, cappelli larghi dalle pretese gotiche, stivali serrati e borsoni sguazzanti, tutto rigorosamente scurissimo, bordato da qualche solenne pendente argentato.

Per il resto, la soffocante nuvola di profumo che le avvolge è quasi identica.
Come è identica la cura meticolosa che impiegano per far capire immediatamente a chiunque, a scanso di equivoci, che non hanno bisogno dello stipendio di insegnante per vivere, e che la loro classe sociale vera è inesorabilmente un'altra.

Ma soprattutto, fa impressione quanto siano identiche le loro voci: impostate, flautate, sibilanti, schiaccianti, graniticamente aggrappate a una faticosissima tensione da teatro.

Quando assistetti commossa alla loro prima memorabile litigata pubblica, durante una convulsa sessione del Collegio dei Docenti, ingenuamente simpatizzai con la nuova arrivata. E ci sperai, appunto, di potermela tener buona come alleata di riserva in caso di nuovi scontri epici con quella già nota.

Poi per puro caso, in un'innocua conversazione da sala professori, Lamia Ortica ha scoperto con sgomento che non credo nell'omeopatia, e meno che mai nella medicina antroposofica.

In quel momento, akashicamente trasfigurata, mi ha guardata dall'alto in basso con un'espressione di disprezzo forsennato, e da allora non mi ha mai più rivolto la parola.

postato da paniscus alle 23:54 | link | commenti (5)


Aggiornamenti da Rignano Flaminio

Vi ricordate la triste saga dei bambini di Rignano Flaminio, che qualche anno fa concretizzò le più insperate proiezioni splatter del mammismo morboso italico, in un parossismo senza precedenti di ciò che gli studiosi anglosassoni chiamano, con un'espressione difficle da tradurre alla lettera, "moral panic"?

In attesa di sviluppi ufficiali per la vicenda giudiziaria che non si è ancora chiusa, un testimone di prima mano, residente nell'imbarazzata cittadina laziale e attivamente impegnato in un comitato per la difesa degli indagati, su un forum pubblico ci aggiorna su come procede, da quelle parti, la vita di tutti i giorni, e in particolare quella di chi gravita attorno al mondo della scuola.

Riportiamo integralmente il suo testo, con appena un minimo di editing e di nuova spaziatura, e con un titolo  preso a prestito da un altro contributo a quel thread. Non è necessario condividerne ogni virgola, ma può essere educativo rifletterci un po'.


------------------------------------------
Sulla base del nulla
di Michele Angileri


Cosa succede a Rignano da 3 anni a questa parte?

L'accusa (ricordate?) è che la scuola materna fosse terreno di azione di una banda di pedofili-satanisti che regolarmente portava i bambini fuori dalla scuola, in case situate nel raggio di qualche chilometro, sottoponendoli a riti satanici nel corso dei quali i bambini venivano stuprati da adulti, anche con oggetti, e subivano anche violenze di vario tipo (botte, bagni nell'acqua gelida, tagli). La descrizione delle nefandezze compiute dalla banda dei pedofili supera per atrocità una trama di Dario Argento, e può essere letta nell'ordinanza di custodia cautelare che ha portato in galera gli indagati nell'aprile 2007. L'ordinanza è pubblicata
qui.

I denuncianti hanno trovato da subito sponsor politici (Palombelli, Mussolini, Pedica...), avvocati che lavorano gratis (e ne ricavano visibilità, come se non ne avessero già troppa), nonché una Procura della Repubblica che lavora a senso unico (cercando ostinatamente elementi a carico degli indagati e ignorando ogni elemento di segno opposto) senza risparmio di mezzi e di consulenti (tanto paga lo Stato!).

Ma cosa ha ottenuto la Procura di Tivoli in 3 anni (3 anni!!!) di indagini?

1) nessuna prova scientifica (DNA) o testimoniale della presenza dei bambini in luoghi diversi dalla scuola materna, in orario scolastico.

2) nessuna prova dell'appartenenza degli indagati a una qualche setta, meno che mai satanica.

3) nessun indizio di instabilità mentale o follia o paranoia negli indagati

4) alcuni degli indagati non si sono mai neppure telefonati

5) nessuno che dica di aver visto i bambini uscire da scuola

6) nessun segno medico delle violenze che i bambini avrebbero subito

7) nessun movimento sospetto di denaro nei conti bancari degli indagati (tale da avvalorare l'accusa di commercio di materiale pedopornografico)

8) nessuno degli indagati possiede materiale pedopornografico

9) due diversi collegi giudicanti (il Tribunale per il Riesame e la Corte di Cassazione) hanno di fatto demolito le accuse. La Corte di Cassazione ha rilevato. Le sentenze di
Cassazione e Riesame sono scaricabili qui.

10) i bambini hanno testimoniato in "audizione protetta" dicendo alcune cose che potrebbero venire lette in chiave accusatoria e molte altre in chiave assolutoria. Ovviamente la Procura di Tivoli dà importanza solo alle prime, dicendo che le seconde (e solo quelle!) sono frutto della tenera età dei testimoni, della distanza temporale dai "fatti" o di un "meccanismo di fuga" dal ricordo degli abusi.

11) secondo la Cassazione già negli atti d'indagine (quindi senza fare il processo e senza avere cercato in questa direzione) ci sono le prove che almeno in due casi ... (cito testualmente) :

"...La possibilità che gli adulti abbiano influito con domande suggestive sulla spontaneità del racconto dei bambini ha avuto conferma almeno in due casi nei quali i Giudici del Tribunale hanno rilevato atteggiamenti prevaricatori (precisamente nelle videoregistrazioni) evidenziando una 'forte e tenace pressione dei genitori sui minori' ed 'una forte opera di induzione e di suggerimento nelle risposte'.   "

La prova degli abusi non c'è: c'è invece la prova della induzione e prevaricazione dei genitori sui bambini, ma sul banco degli imputati ci finiranno i presunti pedofili e non gli accertati prevaricatori. Faccio notare che, in seguito alle denunce, i bambini:

1) sono stati spostati in altra scuola

2) hanno cambiato in buona parte gli amichetti

3) vengono sottoposti a psicoterapia

4) hanno affrontato un incidente probatorio

5) vengono trattati (anche dai familiari) come vittime di una grave violenza

Faccio inoltre notare che la "audizione protetta" dei bambini è avvenuta a due anni di distanza dai presunti "fatti", e che nel frattempo i bambini hanno continuato a vivere in famiglia, col rischio di venire sottoposti a ulteriori pressioni e induzioni.


Insomma ... la verità è sotto gli occhi di chi la vuole vedere, impiegando però qualche ora di tempo. Assumere una generica posizione di "buonsenso" (la giustizia deve fare il suo corso, è una vicenda complicata, ...) costa zero fatica e zero tempo, ma permette a una giustizia malata di continuare la sua opera di distruzione di vite innocenti: gli indagati, le loro famiglie, i bambini presunti abusati, i cittadini di Rignano (che hanno visto digregarsi la rete di relazioni sociali, e talvolta perfino i rapporti di parentela), ma anche insegnanti di ogni parte
d'Italia e bambini di tutte le scuole (che vengono privati di quel rapporto umano-educativo che una volta era considerato normale e oggi è invece diventato pericolosissimo per gli insegnanti)
.

Ma ero partito da una domanda: cosa succede a Rignano da 3 anni a questa parte?

A Rignano è in corso una partita micidiale.

Gli accusatori hanno visto sgretolarsi le accuse, ma possono ancora contare sulla Procura di Tivoli (che non ha alcuna intenzione di ammettere i propri errori), sull'appoggio di alcuni esponenti politici (Palombelli, Mussolini, Pedica... un po' di tutto!), sul lavoro gratutito di alcuni avvocati di parte civile. Possono inoltre sperare in un cospicuo risarcimento economico in caso di condanna, e si sentono al riparo da indagini nei loro confronti da parte della Procura della Repubblica di Tivoli o dal Tribunale per i Minori di Roma.

Nonostante l'assenza di prove oggettive esiste la possibilità che gli indagati vengano condannati: basta che il giudice prenda per buone le vaghe frasi accusatorie dei bambini, tralasci le frasi assolutorie, e prenda per buone certe perizie psicologiche di parte che affermano che i bambini hanno subito un abuso sessuale (perizie che hanno la stessa attendibilità della diagnosi di tumore effettuata da uno psicologo).

È già successo. Enzo Tortora fu imprigionato e condannato senza prove oggettive, solo sulla base delle parole di un "pentito". Con la "giustizia" italiana bastano le parole di un qualsiasi delinquente abituale per mandare in galera un cittadino onesto e innocente. NESSUNO PUÒ SENTIRSI AL SICURO da questa "giustizia": meno che mai noi insegnanti.

Ma evidentemente il castello accusatorio è fragilissimo: di fatto non dovrebbe stare in piedi! Allora qualunque elemento in grado di rafforzarlo, anche solo di poco, sarebbe prezioso per l'accusa e gli accusatori.

Ed ecco, dunque, che gli accusatori mettono in atto continui tentativi di persuasione rivolti a coloro che mandano i figli alla scuola materna (che, giova dirlo, scoppia di iscritti).

Telefonano casa per casa, cercando di far presa sui dubbi e le paure delle mamme, in modo che queste si rivolgano ai soliti psicologi capaci (a loro dire!) di diagnosticare un abuso (che non sarebbe più perpetrato dagli indagati, allontanati dal servizio, ma da altre maestre). Cercano di mantenere vivo il clima di sospetto. L'obiettivo è quello di avere nuove denunce. Non necessariamente denunce dettagliate di abusi sessuali ... vanno bene anche le "denunce cautelative".

Cos'è una "denuncia cautelativa"? E' una cosa tipo: "Mio figlio mi ha riferito di essere stato in classi diverse dalla sua (può accadere in caso di assenze dei docenti). Chiedo che venga accertato con ogni mezzo se mio figlio abbia subito violenze sessuali. Chiedo inoltre che i colpevoli siano perseguiti". Fine della denuncia.

Chi la fa non si espone a nulla, non rischia querele, non deve tirar fuori i soldi dell'avvocato (che tanto lavora gratis), ci rimedia qualche intervista e un pizzico di notorietà e in caso di condanna si prende 300 mila euro di risarcimento.

E così alla scuola materna le maestre hanno a che fare ogni giorno con qualche genitore pronto a interpretare il minimo evento o disservizio (tipo: il figlio è al bagno quando il genitore viene a riprenderselo in anticipo, oppure: il figlio non viene messo sullo scuolabus) come segno della presenza dei pedofili.

La tensione è perenne. Si lavora camminando in equilibrio su una corda tesa.

Se in una scuola qualunque il gesto di alzare la maglietta a un bambino per vedere se ha ancora la varicella può portare a una denuncia per pedofilia, immaginate cosa può accadere a Rignano...



sabato, 14 novembre 2009

Più prana per tutti!

Quattro anni fa, erano ingalluzziti oltre ogni dire: comunicati stampa, volantini, manifesti, risposte piccate alle lettere incredule dei cittadini, ma soprattutto liste, liste, liste ovunque, elenchi fittissimi di luoghi istituzionali della Regione in cui si poteva andare a ricevere una dose sperimentale di prana gratis.

Quest'anno, la crisi ha colpito anche le energie cosmiche, e la campagna di outreach è molto più sottotono.

L'elenco di indirizzi, ad esempio, non lo si trova in modo semplice da nessuna parte.

Se un onesto cittadino che paga le tasse e che partecipa responsabilmente alla vita civica della Regione volesse sul serio andare a riscuotere la sua dose legittima di prana istituzionale, non saprebbe nemmeno da che parte cominciare.

Grazie all'amorevole abnegazione di Fabio Roggiolani, politico bioradiante affettuosamente noto con il soprannome damanhuriano di Cignale Rapo (sul link la foto non si vede più, ma l'ho salvata, e prima o poi la rimetterò su), anche oggi i cieli della regione più progressista d'Italia, patria di Galileo, di Pietro Leopoldo e del Vernacoliere, traboccheranno di prana fresco fresco.

Approfittatene prima che scada.
 



venerdì, 13 novembre 2009

Perle di navigazione, ancora

Tra i doveri etici di ogni blogger che si rispetti, dovrebbe esserci quello di una sana carrellata periodica sulle provenienze delle visite casuali. Ogni tanto si cerca di farlo, in effetti, anche se proprio "periodica" è una parola grossa. E si rischia di raccogliere amenità come queste:
  • sono gravemente miope posso arruolarmi
  • naturopata prospettive lavoro
Visto cosa non si fa quando c'è la crisi? Vengono a cercare da me, proprio qui, senza ritegno,  nientemeno che informazioni sugli sbocchi lavorativi per militaristi e per cialtroni. Ma qua, mi dispiace, o tutto o niente: io,  se proprio devo fare uno sforzo per dare la spintarella a qualcuno, mi abbasso a raccomandare soltanto guerrafondai cattointegralisti omeopatici credenti-nell'-oroscopo e pluribocciati all'istituto tecnico.

Ma andiamo avanti, per categorie.

- fantascientifiche:
  • la faccia nascosta della luna respinge gli astronauti
  • costellazione toro vettoriale free
- complottoclericali:
  • gruppi (massoni) chi non vogliono il crocifisso in classe e tradizione nazionale
  • uaar legami con scientology
- fiabesche:
  • biancaneve a rovescio
  • breslavia gli gnomi
- in salsa di rucola:
  • loggia massonica eruca sativa.
  • setta segreta eruca sativa
  • sugo di rucola
- misteri della Qurtura:
  • phylum cosa vuol dire
  • cosa avrebbe scritto un giornalista nel 1300 su dante alighieri
- primatologiche mutanti:
  • venerdi 9 ottobre piteco
  • damanhur scimmia aliena
- morbose:
  • scimmia barbuta
  • ballia da latte con tettone    (la doppia L è testuale)
- capito tutto:
  • panzyccus



martedì, 10 novembre 2009

Questo è un lavoro per La Leche League!

Per una volta, il ricorrente post sull'allattamento materno non sarà caricato di significati simbolici.

Ma non sarà nemmeno punteggiato di argomentazioni biologiche.

Sarà perfino completamente estraneo alle polemiche sulla diffusione commerciale del latte artificiale.

E soprattutto, non avrà la minima connotazione sentimentale stucchevole.

Stavolta il gioco si fa duro, ragazze, vi prego di rifletterci.

Mamme gocciolanti, donatrici della banca del latte, vecchie balie del tempo andato, acrobate del tiralatte strenuo,  nutrici sfinite di plurigemelli voraci, allattatrici ostinate di treenni che vanno già in bicicletta, sacerdotesse galattiche (letteralmente), profetesse del DAS, stavolta è davvero il momento di combattere tutte insieme una improrogabile battaglia di civiltà

C'è una donna celebre, al centro dei pensieri di tanti italiani, che si sta consapevolmente preparando ad affrontare la sua prima maternità.

Qualche equivoca suggestione carrieristica, purtroppo molto diffusa nel suo ambiente, unitamente a qualche discutibile esasperazione mediatica di modelli irrealistici...

...potrebbero sciaguratamente indurla a pensare che la dimensione fisica e viscerale del puerperio sia qualcosa di insignificante, superfluo, da rimuovere il prima possibile, dimostrando al mondo di essere state velocissime a tornare identiche a prima.

E appunto vi prego, sorelle, qui si parrà la vera potenza della solidarietà femminile.

Qualcuna - magari anche una task force mirata, con addestramento militante - si dia da fare per far capire a Mariastella Gelmini, casuale e imbarazzata ministra della Nonpiùpubblica Istruzione, che la situazione ideale per il benessere di un neonato implicherebbe la presenza assidua della madre, senza compromessi, 24 ore su 24, a richiesta selvaggia, senza deleghe e senza orari, almeno per i primi sei mesi, e possibilmente anche fino a un anno.

Fosse la volta buona che al Ministero  ce la togliamo dai piedi per un po'.



domenica, 08 novembre 2009

La maternità in polvere

Rodolfo de Bernart è un medico e psicoterapeuta, specializzato in problematiche dei rapporti familiari, docente universitario, nonché  fondatore e direttore di un autorevole Istituto di Terapia Familiare, con sede a Firenze.

Cercando tutt'altro, può capitare di imbattersi casualmente in questa pagina, in cui si registra un intervento del professionista a colloquio con i giovani studenti di un liceo, sul tema del confronto tra vincoli familiari e vincoli sociali, e dei loro influssi sulla costruzione di un'indipendenza adulta della persona.

Dal gruppo di ragazzi (dimostrando notevole acume e originalità, sempre che l'iniziativa fosse realmente partita da loro) giunge la seguente proposta per l'avvio della discussione:

"Per iniziare la nostra discussione abbiamo scelto un oggetto molto particolare: il braccialetto che viene posto al polso dei bambini appena nati, su cui è scritto un codice e il nome della madre. La nostra decisione è caduta su questo oggetto perché ci pare ben rappresenti il primo vincolo familiare e sociale cui il neonato viene sottoposto."
E il conferenziere risponde, prontamente:

"Mi sembra una scelta buona e abbastanza coerente con la mia, dato che in studio ho portato un biberon."

Umilmente, da non addetta ai lavori dell'anima, ma dalla mia spiccia esperienza di madre che ha allattato a lungo due volte, trovo piuttosto singolare che, come simbolo pregnante del legame stretto tra madre e figlio, venga scelto proprio il biberon.

Il biberon dovrebbe evocarne, piuttosto, l'esatto contrario: ossia, l'allentamento di quel legame, la sua relativizzazione, la negazione esplicita della sua esclusività.

Il biberon fa pensare che in fondo il contatto viscerale tra madre e figlio non sia indispensabile, non sia vitale, non sia biologico; ci ribadisce che, per nutrire e rassicurare il bambino, quel latte può benissimo darglielo anche qualcun altro.

Il biberon assicura che la soddisfazione dei bisogni primari del neonato può essere programmata a orari fissi, dosata in grammi, delegata alla baby sitter o all'asilo nido, richiesta al padre come esperimento di parità dei sessi, supervisionata dal pediatra e commercializzata in farmacia.

Per chi davvero avrebbe voluto allattare, e non c'è riuscita, il biberon appare semmai come un simbolo di sconfitta e di frustrazione; per chi non si pone il problema, e lo considera fin dall'inizio una soluzione auspicabile, non si capisce perché farne un simbolo di "codice materno", contrapposto ai formali inquadramenti delle esigenze collettive. Per decenni, la magica bottiglietta è stata elevata a simbolo di modernità efficiente, di liberazione dai torbidi richiami della biologia, di cancellazione sociale delle differenze tra maschio e femmina, e tra la stessa femmina prima e dopo aver partorito: quella che può consentire alla mamma di tornare a lavorare dopo una settimana, di farsi fotografare dopo un mese in forma fisica perfetta, di rimuovere l'evidenza della sua recente maternità da qualsiasi ambito pubblico, e dimostrare di essere stata davvero brava a tornare subito identica a prima.

Sarà, ma la potenza del vincolo familiare contrapposto a quello sociale sembra entrarci davvero molto poco.
Specialmente di fronte a dei giovanissimi che avrebbero il diritto a chiarirsi le idee.


postato da paniscus alle 17:09 | link | commenti (5)


sabato, 07 novembre 2009

La Ginzburg, la Gelmini, e il coredemamma italico

Da un paio di giorni sta circolando (brandito come una croce, manco a dirlo, dai sostenitori indefessi del simbolo cattolico trionfante), un articolo datato 1988, e apparso con la firma di Natalia Ginzburg, sull'Unità, che forse all'epoca si fregiava ancora dell'inequivocabile sottotitolo di "Giornale del Partito Comunista Italiano".

Una pacchia, per i feticisti attuali delle tristi suppellettili in resina e truciolato, immediatamente passati al contrattacco con la solita arma del "bada, che ti faccio sentire più reazionario di me!"

 Nello specifico: "Guarda! Che ti avevo detto?! Perfino un'ebrea, non credente, di sinistra, vedova di un militante antifascista, e su un giornale comunista, dice che il crocifisso va bene! E allora, non ti vergogni a non essere d'accordo con lei? Che aspetti a sottoscriverla? Che razza di laico sei? Che razza di progressista sei? Aggiornati! Anzi, per caso sei pure antisemita? "

Ma a leggere il pezzo, il crocifisso passa in secondo piano, giuro. 

Quello che colpisce è il linguaggio svenevole, e soprattutto l'immagine della scuola pubblica che esce da quei paragrafi.

Esattamente quell'immagine stereotipata, zeppa di retoriche commoventi sull'odore della polvere di gesso di una volta, e sulle maestrine dalla penna rossa spezzate di abnegazione commossa, che ha ostacolato per decenni un'evoluzione seria della scuola pubblica italiana.

La famosa Maestra Unica e materna e sacrificale, preferibilmente signorina, senza famiglia e senza una vita personale sua, che lavora per vocazione e per missione ed è integralmente votata alla scuola (o al massimo, a generose opere di carità svolte in segreto e pubblicamente riconosciute soltanto dopo la sua morte, o almeno dopo il pensionamento).

Immagine che, peraltro, è stata ampiamente ripresa in mano anche in tempi recentissimi, nel tentativo di far piacere ai cittadini gli sciagurati tagli gelminiani, solleticando le loro malriposte nostalgie emotive.

Ma siamo seri, qui e ora: spetterebbe all'insegnante, decidere di propria iniziativa se il crocifisso deve essere affisso o no, come se l'aula fosse sua e le norme le decidesse lei? Al massimo, se proprio ha un grande cuore, "consultandosi coi bambini" in un grande abbraccio zuccheroso? L'articolo, appunto, è del 1988, forse vent'anni fa in qualche scuola elementare di piccoli centri provinciali era ancora immaginabile, ma l'avrei vista già improbabile anche allora.

Oggi, sarebbe fantascienza assoluta, e addirittura direi "per fortuna!".

Indignazione, sia su un fronte che sull'altro, di genitori onnipresenti, proteste formali dei rappresentanti di classe, ordini di servizio del preside, convocazioni di riunioni straordinarie, delibere del Consiglio di Istituto, lettere ai giornali. Perfino chi ha solo un'idea vaga della scuola di oggi, e non ne conosce alcun dettaglio realistico, intuisce che qualcosa di sostanziale sia cambiato.

E allora, perché incorniciare quel pezzo come se fosse ancora valido oggi?
Ma soprattutto, quale concezione di scuola pubblica è ventilata nelle nostalgie dei suoi cultori?

Come si è osservato in altre feconde discussioni (ad esempio, qui), "le cose cui la Ginzburg fa appello possono essere giuste o sbagliate, ma sono totalmente aliene dal concetto di Stato": un flusso emotivo basato su presunte "ragioni del cuore", per carità, anche rispettabili a volte, ma comunque l'esatto opposto di ciò che dovrebbe improntare una battaglia giuridica o una sentenza di tribunale.

Posizione che la scrittrice, del resto, confermò candidamente qualche anno dopo.

Quando pubblicò un concitato pamphlet in difesa di una famiglia che aveva "adottato" illegalmente una bambina straniera, scavalcando qualunque procedura di diritto, mollando un po' di soldi sottobanco alla madre naturale (che è mercimonio odioso), e presentando una falsa dichiarazione di paternità naturale (che è un reato).

La piccola fu allontanata dalla famiglia in questione, con credibilissimi effetti di strazio privato, ma senza alternativa plausibile: se il tribunale avesse deciso diversamente, avrebbe creato un precedente serissimo, e avrebbe spianato la strada alla legittimazione assoluta del commercio di neonati e delle falsificazioni anagrafiche in libertà.

E invece no, secondo la Ginzburg i magistrati avrebbero dovuto commuoversi, e chiudere un occhio, e aggirare individualmente la legge per ragioni puramente affettive, perché in fondo quella coppia non aveva fatto nulla di grave, e aveva solo fatto del bene della bambina, e in definitiva aveva agito con amore, con tanto tanto amooooore

Esattamente come la Mitica Maestra Unica che, con le sue mani amorose,  fa e disfa arbitrariamente la laicità dell'istituzione pubblica per cui lavora.



venerdì, 06 novembre 2009

Casta Diva, in croce

Apprendo ora che, tra gli zelanti difensori dei crocifissi pubblici, indignati per la recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, vi è anche il dottor Antonio Fiumefreddo, di professione avvocato e saltuariamente anche politico, che ricopre il ruolo di Sovrintendente del Teatro Massimo "Vincenzo Bellini" di Catania.

Sulla facciata dello storico edificio, tempio della musica dotta nella città etnea, è infatti comparsa nella giornata di oggi un'enorme croce - per la verità, di aspetto modesto e raccattaticcio - in segno di solidarietà con i diritti violati dei cattolici italiani. L'iniziativa non sembra essere frutto di una decisione ponderata degli organi amministrativi del teatro, ma di una personalissima alzata d'ingegno del solo signor Fiumefreddo in persona, che l'ha deliberata in fretta e furia, e l'ha fatta tirar su nel giro di poche ore, diramando con altrettanta premura un comunicato stampa dalla dubbia eleganza, con ogni probabilità senza rileggerselo in tempo.

Insomma, tutto da solo.

Non mi stupirei se l'avesse perfino costruita con le sue mani, quella croce, rovistando furiosamente giù in qualche fondo dei magazzini di scena, e inchiodando due listelli polverosi con qualche martellata concitata.
"La decisione della Corte di Strasburgo offende la identità millenaria dei cristiani e ferisce la storia di tolleranza e libertà dell'Europa. Una società è autenticamente libera se a ciascuno è data la libertà di esprimersi mentre desolante ed illiberale è quella società in cui occorre nascondersi per legge. In segno di protesta, sulla facciata del Teatro Massimo Bellini di Catania verrà esposto un enorme crocifisso, perché sia chiaro che la nostra Fede non intendiamo nasconderla né toglierla dai muri ma vogliamo piuttosto esserne fieri."
Ma stasera, proseguire la polemica generale sui crocifissi mi affatica troppo, e preferisco concentrarmi su dettagli  più ameni.

Abbiamo un teatro lirico che viene dunque investito - da parte di chi lo amministra e sicuramente se ne intende - del ruolo di alfiere pubblico della fede cattolica.

Concentriamoci un istante su che cosa sia un teatro lirico.

Solitamente ospitato in una fastosa costruzione di impianto sette-ottocentesco, densa di simbologie vitalistiche e vagamente massoniche, e spesso anche carica di slancio risorgimentale, il teatro dell'Opera fu a lungo il nucleo strategico della vita sociale e culturale cittadina, specialmente in un centro relativamente piccolo e provinciale. Per più di un secolo pieno, dai primi dell'Ottocento fino ai giorni torvi della Grande Guerra, il Teatro Massimo della città incarnava inesorabilmente i vezzi, i vizi, e le vette della più salda borghesia.

Tra i palchi del teatro lirico si intessevano alleanze aziendali, matrimoni combinati e trame politiche, vi si ostentavano corredi sontuosi, gioielli e figlie, si fingevano incontri casuali tra interlocutori potenti che si prendevano reciprocamente le misure, tra un sigaro e una scodinzolata di bastone da passeggio.

Chi manteneva in piedi l'istituzione, lavorando concretamente dall'altra parte del sipario, era confinato invece in un limbo sociale imbarazzante: su qualsiasi attrice, cantante o ballerina, per quanto idolatrata e martellata di omaggi commossi, gravava l'automatica attribuzione di costumi sessuali incommentabili; sui loro colleghi maschi, qualsiasi fosse il loro ruolo, si addensava in soprammercato il sospetto di effeminatezza o di ruffianeria. Per ogni primadonna vera, alla quale ogni intemperanza si perdonava, si accalcavano cento sciantosette, figuranti di fila o coriste modeste, aspiranti al massimo a un posto fisso da mantenuta ufficiale di qualche notabile. I giovanottelli di buona famiglia, e in qualche caso anche i loro sposatissimi padri,  frequentavano il teatro anche per quello. Poi la serata si concludeva nel salone buio e pacchiano di una loggia massonica, o nel salotto della cocotte alla moda del momento.

Inutile specificare, a questo punto, che i teatri lirici non fossero poi così ben visti dalla Chiesa.

Se si passa poi alla presentabilità morale del repertorio, peggio ancora.

Di musica di ispirazione sacra, tradizionalmente, non ve n'era traccia, i luoghi ad essa consoni erano altri: oggi, in misura minore, vi è approdata anche quella, ma negli anni d'oro dei teatri ottocenteschi, non se ne parlava.

Anche la danza, data la sua connaturata scioltezza corporea, difficilmente incontrava il favore del clero.

Il resto, appunto, è opera lirica: ovvero, un immenso florilegio di temi imbarazzanti, per un eventuale cattolico devoto (e tanto più per un cattolico di un centinaio d'anni fa).

Se anche lasciassimo perdere i suicidi, che rappresentano l'esito naturale della maggioranza dei melodrammi noti, avremmo comunque ben altro. Relazioni adulterine, amanti focosi, figli della colpa, menzogne, sangue, tradimenti, congiure, coltellate, avvelenamenti, tragiche sostituzioni di persona, infanticidi, parricidi, incesti, torture, segreti inconfessabili, il tutto incorniciato spesso in qualche sanguinolenta ambientazione mitica decisamente pagana (con annessi sacrifici umani ed evocazioni demoniache assortite).

Il Teatro Bellini di Catania, progettato a fine 1800 da un architetto modaiolo e socialmente frivolo, quasi siduramente massone, fu inaugurato nel 1890 con la prevedibile rappresentazione della Norma, capolavoro di Vincenzo Bellini stesso.

Capolavoro in cui la protagonista positiva della storia è appunto una druidessa pagana, che prima infrange il suo solenne voto di castità, poi produce figli illegittimi e riesce a tenerli nascosti per anni, poi medita seriamente di ucciderli, poi ci rinuncia ma ordina l'assassinio rituale di qualcun altro, e alla fine, prevedibilmente, si toglie la vita per coronare il tutto.

Da quel lontano giorno del 1890, al Bellini di Catania si sono alternate senza pudore centinaia di Carmen seduttrici, di Traviate cortigiane, di Tosche sovversive, di Mimì conviventi-senza-matrimonio , di Butterfly in vendita, di Turandot decapitatrici, di Medee infanticide, di Rigoletti vendicativi.
 
E invece da oggi, grazie al suo Sovrintendente dalle idee chiare, quel luogo è simbolo della fede cattolica.

E della fede cattolica di "noi tutti", eh: mica solo dei credenti.



mercoledì, 04 novembre 2009

Tristi topic(s)

Ah, certo, lo si diceva da tempo, e io stessa lo so, lo so bene, che per essere un supervecchietto omologato non basta compiere cento anni, ma bisogna superare i centodieci.

Però una parola su Claude Lévi-Strauss, ci sta e basta.



martedì, 03 novembre 2009

Due parole in croce, e mille altre appese ai chiodi

Non sono iscritta all'UAAR, condivido alcune delle loro iniziative e altre no, mi associo ad alcuni dei loro appelli e ad altri no, mi riconosco nel loro linguaggio a volte sì e a volte no... ma su questa sconvolgente abilità di fare informazione, sintesi e chiarezza, non si può dire che una sola cosa: SONO BRAVI

Copio e incollo brutalmente la rassegna comparsa sul notiziario telematico dell'associazione, riguardo alle reazioni politiche alla sentenza europea sul crocifisso nelle scuole.

Difficilmente verrebbe voglia di aggiungere qualcosa, a quest'ora.
A domani per i commenti meticolosi, uno per uno.

-----------------------
Gianni Alemanno (PDL, sindaco di Roma): “Sono veramente esterrefatto da questa sentenza assolutamente folle”.

Nicola Atalmi (Comunisti Italiani): “La Corte europea di Strasburgo ha finalmente riportato l’Italia in Europa. E’ giusto che in luoghi pubblici come la scuola non ci sia l’ostentazione di simboli religiosi come il crocefisso che, pur rappresentando una parte fondamentale della cultura del nostro Paese, può essere inopportuno in un luogo di insegnamento frequentato anche da bambini e ragazzi di altre culture e religioni”.

Piero Bernocchi (Cobas): “Il crocefisso in aula viola la libertà dei genitori e quella di religione”.

Pierluigi Bersani (PD): “Penso che su questioni delicate come questa, qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno”.

Rocco Buttiglione
(UDC): “Decisione aberrante”.

Roberto Calderoli (Lega Nord): “La Corte europea ha calpestato i nostri diritti, la nostra cultura, la nostra storia, le nostre tradizioni e i nostri valori. In ogni caso i crocifissi da noi resteranno sulle pareti delle nostre scuole”.

Pierferdinando Casini (UDC): ”La scelta della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di bocciare la presenza del crocifisso nelle scuole è la prima conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione Europea”.

Conferenza Episcopale Italiana
: “La decisione della Corte di Strasburgo suscita amarezza e non poche perplessità. Fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica. Non si tiene conto del fatto che, in realtà, nell’esperienza italiana l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo come parte del patrimonio storico del popolo italiano. Non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l’ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche”.

Paolo Ferrero (Prc): “La sentenza ci segnala giustamente come uno stato laico debba rispettare le diverse religioni ma non identificarsi con nessuna”.

Gianfranco Fini (presidente della Camera, PDL): “Mi auguro che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni, che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana”.

Franco Frattini (ministro degli esteri, PDL): “La decisione della Corte di Strasburgo ha dato un colpo mortale all’Europa dei valori e dei diritti”.

Maurizio Gasparri (PDL): “Abbiamo sufficienti elementi per sentirci indignati da una decisione che offende la tradizione, la storia e l’identità italiane”.

Mariastella Gelmini (ministro dell’istruzione, PDL): “La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione”.

Silvana Mura (IDV): “L’offesa nei confronti di studenti di religioni diverse da quella cattolica non è rappresentata tanto da un crocifisso appeso al muro, ma piuttosto da programmi che non si pongano il problema di conciliare le caratteristiche fondamentali che l’insegnamento di stato deve avere con la nuova realtà multiculturale e multietnica”.

L’Osservatore Romano: “tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani la sentenza colpisce quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del continente europeo”.

Francesco Poirè
(radicali): “La notizia della sentenza della Corte Europea conferma quanto abbiamo sempre sostenuto: le Istituzioni pubbliche devono essere laiche, unica garanzia del rispetto dei diritti di tutti i cittadini”.
Massimo Polledri (Lega Nord): “La sentenza è sintomo di una dittatura del relativismo, è un attentato alla libertà religiosa e si scontra con quella che è la legislazione vigente nel nostro paese, bsognerà discuterne al più presto anche in sede parlamentare”.

Ermete Realacci (PD): “Nel nostro paese non si tratta di aggiungere un simbolo non presente, con una scelta che potrebbe apparire di sopraffazione di altre culture, ma di mantenere un tratto di identità radicato e costitutivo della nostra cultura”.

Renato Schifani (presindente del Senato, PDL): ”Non posso non esprimere la mia più grande amarezza per la sentenza sull’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche”.

Debora Serracchiani (PD): “Una sentenza formalmente corretta e condivisibile, ma la tradizione culturale dalla Chiesa si intreccia con la storia del nostro Paese e richiede un approccio più complesso e una maggiore profondità di coinvolgimento”.

Monsignor Antonio Maria Vegliò (presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti): “Preferisco non parlare della questione del crocefisso perché sono cose che mi danno molto fastidio”.

Vincenzo Vita (PD): “Una ragionevole posizione, che non delegittima la religione cattolica, ma che la riconsegna a una spiritualità che non necessariamente ha bisogno di simboli esibiti in luoghi non adibiti al culto. Le religioni, nel villaggio globale, hanno una pluralità che merita rispetto”.

Francesca Zaccariotto
(presidente provincia di Venezia, PDL): ”Ci denunci chi vuole: la vergognosa sentenza della cosiddetta Corte europea dei diritti dell’uomo, che vuole negare la nostra identità cristiana, non troverà mai applicazione nelle nostre aule scolastiche”.